Kangding Ray e “Sirāt”: ambient-techno ipnotica per la soundtrack del film di Óliver Laxe
La colonna sonora di “Sirāt” non è solo un commento musicale coinvolgente, ma anche una delle ragioni per cui il film di Óliver Laxe verrà ricordato come l’esperienza cinematografica più intensa dell’anno

Nelle prime scene di Sirāt gli organizzatori di un rave party nel deserto vengono ripresi mentre montano un muro di casse che ha tutto l’aspetto di un “reperto archeologico” dell’era Mad Max. Gli altoparlanti sono consumati, le casse acustiche sono sporche di sabbia e costruite con quelli che sembrano materiali di recupero, e la strana architettura che insieme compongono e da cui tutto trae origine (trama, personaggi e contestualizzazione del film) parrebbe richiamare, come giustamente sottolinea il New Yorker, il monolite di 2001 Odissea nello Spazio. Una metaforica entità aliena da cui nasce anche la musica di Kangding Ray, flusso mutante di ambient, trance e minimal-techno che fin dall’apertura si candida a rappresentare una sorta di comprimario per i personaggi principali – assieme all’ambiente esterno – piuttosto che un semplice commento alle immagini.
È la musica infatti che indirettamente plasma i corpi e i visi dei raver co-protagonisti di Sirāt (tutti attori non professionisti) definendo anche le loro implicite regole sociali; è la musica che accompagna le vicende raccontate dal film marcando in maniera egregia il mood delle varie scene; è sempre la musica che anticipa alcuni dei momenti più drammatici del lavoro di Oliver Laxe. E se è vero che il film a prima vista potrebbe sembrare un road movie poco ortodosso, in realtà si rivela con il tempo un’entità più astratta e con una propria personalità, capace di coinvolgere – e sconvolgere – lo spettatore a un livello ben più profondo, quasi intimo. Con i suoni ipnotici di Ray a rappresentare la soglia da attraversare per arrivare a questa dimensione inesplorata.
La trama del film ci pare poco più di una scusa per parlare di temi più importanti: un padre (Sergi López) e suo figlio piccolo (Bruno Núñez Arjona) arrivano in un rave party tra le montagne del Marocco, alla ricerca della figlia-sorella scomparsa cinque mesi prima durante un altro evento di quel genere. Qui conoscono alcuni degli organizzatori (i bravissimi Richard Bellamy, Stefania Gadda, Joshua Liam Henderson, Tonin Janvier e Jade Oukid), ai quali si accodano per superare il deserto e arrivare nel luogo in cui si svolgerà il rave successivo, sperando di trovare la persona che stanno cercando. Un clash culturale tra chi vive da sempre ai margini della società e chi ci è finito per necessità che, davanti agli eventi drammatici e inaspettati che i Nostri si troveranno ad affrontare, assumerà le sembianze di una indagine sul dolore e sulla solidarietà che può nascere tra persone profondamente diverse, in nome di un “essere umani” di cui spesso ci dimentichiamo.
Tematiche esplorate indirettamente anche dalla musica di Kangding Ray, a volte parte integrante del girato (specificatamente nella scena iniziale del ballo collettivo), a volte contesto ideale per le immagini: le folate di synth che si ascoltano in Horizon, ad esempio, sembrano mimare il silenzioso vento del deserto ma anche l’inquietudine interiore dei personaggi, mentre certi elementi etnici tipici dei luoghi in cui è ambientato il film vengono riletti in chiave distopica dai bordoni di sintetizzatori e dalle macchine elettroniche di Katharsis. In questa tarkovskijana andata e ritorno tra dentro e fuori, tra la disperazione dei personaggi e le violente leggi del deserto, Ray riprende anche i Popol Vuh più ancestrali aggiornandoli alla lezione di un Vangelis prestato all’elettronica (Desierto), si inventa dei didgeridoo acidi perfetti per il dancefloor e il rombare dei mezzi su cui viaggiano i personaggi principali (La Route), si affida al delay e al sequencer per creare malinconie sognanti (Les Marches), decide con il passare dei minuti di rendere sempre più rarefatta e inquietante la musica. È lui stesso a dichiararlo ad hammertonail.com: «Il lento passaggio da una musica molto energica a quella che si ascolta alla fine del film è il tema principale dell’intera colonna sonora. C’è una graduale disintegrazione della soundtrack, finchè non diventa molto selvaggia e spirituale».
E a suo modo, spirituale lo è davvero Sirāt, e lo è grazie anche alla musica di Kangding Ray. Un fatto non scontato, se si considera che gran parte della colonna sonora è stata scritta prima che iniziassero le riprese del film attraverso un dialogo continuo tra Oliver Laxe e il musicista. Un dialogo filtrato anche dal minimalismo strumentale di un compositore che Ray ha citato in più di un’intervista come uno dei suoi modelli stilistici, ovvero l’Ėduard Nikolaevič Artem’ev già al lavoro con grandissimi registi come Andrej Tarkovskij, Andrej Končalovskij e Nikita Michalkov. Artista omaggiato in questa sede da una musica evocativa e intensa, fondamentale nel dare spessore a una pellicola forse non perfetta in ogni dettaglio (alcuni dei filoni narrativi, ad esempio, rimangono irrisolti), ma dalla grande forza comunicativa.