E se “Bugonia” fosse uno dei migliori film di Yorgos Lanthimos ?

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E se “Bugonia” fosse uno dei migliori film di Yorgos Lanthimos ?

Surreale, sopra le righe, per certi versi assurdo ma in fondo anche schierato politicamente: “Bugonia” è un film da interpretare senza cedere a semplificazioni o a prese di posizione svogliatamente antitetiche. Una riuscitissima iperbole che descrive una società contemporanea sull’orlo del baratro.

Locandina italiana del film “Bugonia”

Bugonia, il nuovo film di Yorgos Lanthimos presentato in anteprima mondiale al Festival di Venezia ad agosto 2025, ha raccolto pareri alquanto discordanti: tra i tanti, c’è chi lo ha giudicato «inutilmente farsesco, falsamente provocatorio, stupidamente cospirazionista», come ad esempio il critico cinematografico Paolo Mereghetti, e chi invece lo ha trovato non privo di spunti interessanti, tanto da definirlo ironicamente «un ni, ma un ni fatto bene», come il Docente di area Cinema e Media dell’Università di Bologna, Roy Menarini. In tutti i casi, è necessario ricordare che stiamo parlando di un remake della pellicola sudcoreana Jigureul jikyeora! (Save The Green Planet!) diretta da Jang Joon-hwan, e che da essa Bugonia eredita l’impianto narrativo generale e il finale grottesco, nonostante Lanthimos inserisca vari elementi che personalizzano anche nettamente la sua versione, a cominciare da una protagonista donna interpretata da una splendida Emma Stone.

La trama è presto detta: Teddy (Jesse Plemons) e il cugino mentalmente instabile Donald (Aidan Delbis) vivono ai margini della società, in una vecchia casa dispersa nelle campagne della Georgia. Sono i tipici esponenti di una working class rurale americana caratterizzata da una bassa scolarizzazione e condizioni economiche precarie: Teddy, in particolare, lavora nel magazzino spedizioni di una grande azienda farmaceutica, è un apicoltore rassegnato allo spopolamento degli alveari a causa dell’inquinamento e passa il suo tempo a formulare teorie cospirazioniste su alieni provenienti da Andromeda infiltrati nelle posizioni di comando della razza umana col fine di sfruttarla e portarla all’inevitabile autodistruzione. È talmente convinto di questa folle idea, corroborata da “approfondite” ricerche su YouTube, che trascina il cugino in un progetto a prima vista assurdo: rapire l’Amministratrice Delegata della azienda per cui Teddy lavora, ovvero una Michelle Fuller (la Stone) identificata dallo stesso come esponente della razza andromediana, per trattare con lei e i suoi pari la salvezza del genere umano. I due in breve passano dalla teoria alla pratica, dando il via a un vortice di eventi in cui verità e bugie di mescolano, la logica cede all’illogico, e nulla è davvero come sembra.

A una prima lettura il film non sembrerebbe altro che una discesa nella follia di Teddy e Don, per giunta affrontata senza risparmiarci dettagli deliranti: dopo averla prelevata da casa durante una delle scene più comiche del film, i due tengono segregata Fuller nella cantina della loro abitazione, le spiattellano in faccia le loro astruse teorie e la sottopongono a una sorta di elettroshock che li porterà a convincersi di avere tra le mani un membro della casa reale degli andromediani. Eppure è nei dialoghi che si ascoltano in questa parte di film che comincia a farsi spazio l’idea che tutta la pellicola non sia altro che una iperbole visivamente shockante e ai confini dell’assurdo utilizzata da Lanthimos per parlare di temi in realtà serissimi. E in cui la storia degli alieni, il complottismo e soprattutto il bizzarro finale diventano “esagerazioni calcolate”, se non proprio semplici strumenti narrativi.

Bugonia ha innanzitutto l’aspetto di una critica feroce contro una società contemporanea spietata e cinica, in cui al successo economico di alcuni (Michelle) corrisponde il fallimento di altri (Teddy e Don), e che fonda le sue fortune sullo sfruttamento delle risorse naturali e delle persone. Mentre sono a tavola, Teddy chiede a una Michelle inaspettatamente algida e manipolatrice: «Cosa ammiri delle api?». Lei gli risponde: «La loro società complessa. L’etica del lavoro. Fanno il loro dovere, costruiscono i loro mondi senza lamentarsi, senza pietà e senza egocentrismi». Una battuta che, decontestualizzata, potrebbe essere la descrizione del “lavoratore ideale” fornita da un Amministratore Delegato di una qualsiasi azienda, e che Teddy giustamente chiosa con un sarcastico «Vero. Ed è per questo che sono così facili da sfruttare, giusto?».

Del resto fin dalle prime scene del film Lanthimos gioca sulla contrapposizione tra i gradini più alti e più bassi della scala sociale: Michelle inizia la sua giornata in una villa luminosissima in cui tutto è design e pulizia, utilizza maschere di bellezza a led, si allena con un personal trainer, viaggia su un SUV con i vetri oscurati e lavora in un ufficio che sembra un’astronave di vetro; di converso, Teddy e Donald portano avanti un’esistenza da emarginati in una casa dagli ambienti piuttosto caotici, mangiano junk food, girano in bicicletta e comprano ciò che serve loro in qualche discount della vicina città. Inoltre, si scopre con il passare dei minuti che la madre di Teddy è in coma in seguito agli effetti collaterali di un farmaco confezionato proprio dalla azienda amministrata da Michelle, un evento che sembra voler sottolineare ancora una volta – anche grazie a flashback piuttosto eloquenti in questo senso – come una certa economia capitalistica agisca mirando esclusivamente al guadagno e senza alcun rispetto per la vita umana. In un mondo in cui sono le corporation a fare il buono e il cattivo tempo e dove anche l’attivismo non conta più nulla e si trasforma spesso in semplice “esibizionismo”, sembra dire Lanthimos, cosa rimane a chi vuole lottare contro un sistema che esalta le disuguaglianze? Forse soltanto inventarsela, una nuova realtà. «Ho attraversato tutto l’apparato digerente in… 5 anni: destra, estrema destra, progressismo, marxismo», dice a un certo punto Teddy, «ma stavo guardando nel posto sbagliato».

In alcune interviste concesse al momento della presentazione del film il regista greco ha parlato anche di “bolle” culturali che ci portano a giudicare gli altri senza aver voglia di confrontarci con un’opinione diversa dalla nostra, e in cui ognuno è rinchiuso a volte proprio per colpa di quella tecnologia che dovrebbe invece liberarci. Ed è certamente questo il secondo tema che attraversa tutto il film, esplicitato non solo dalla descrizione dei personaggi di Teddy e Don ma anche dal giudizio che indirettamente siamo costretti a sviluppare su di loro: inizialmente i due ci sembrano dei poveri cristi emarginati e con qualche rotella fuori posto; nel momento in cui si accaniscono contro Michelle li condanniamo senza mezzi termini identificandoli come le ennesime vittime della “distrazione di massa” internettiana; sul finale di film siamo costretti a una ennesima giravolta che ci impone una riflessione attenta su chi sia davvero il buono e chi il cattivo.

In un contesto simile, in cui la verità è a volte una costruzione ad uso e consumo di qualcuno e a volte qualcosa da cercare dove meno te l’aspetteresti, una delle poche certezze rimaste è l’autodistruzione a cui sembriamo tendere come specie. Quando in chiusura di film Lanthimos allarga idealmente l’inquadratura e si affida a un climax volutamente sopra le righe, sembra volerci dire che una società retta dall’egoismo e in cui i deboli sono costantemente sottomessi ai più forti, può meritarsi solo un destino: diventare un cadavere. Un po’ come il bue morto da cui nascono le api nell’episodio delle Georgiche di Virgilio da cui viene ripreso il titolo del film.

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